Vai al contenuto

25 – L’Arca di Noè

Quel pomeriggio, io e le ragazze, eravamo in centro Lugano per la ricerca dell’abito da veglione.
Non avremmo fatto grandi cose, nessuna festa in locali o ristoranti, ma solo una cena a buffet da me e Big, con Stella e Alessandro, Cloé e Romeo, e Sam con Gaia.
Buon cibo, alcool a fiumi, musica e balli scatenati e l’immancabile karaoke da perforazione dei timpani.
Quale miglior modo per chiudere il libro del 2015 con le persone che amavamo?

Naturalmente per noi ragazze, che si trattasse di una cena in casa o di una al Grand Palace Hotel, l’acquisto dell’abito perfetto, delle scarpe perfette, della borsa perfetta, del cappotto perfetto, e di qualsiasi cosa perfetta saremmo riuscite a trovare, era d’obbligo.
Quando si trattò di decidere da quale boutique iniziare un coro intonante Dolce&Gabbana si levò fino ai piani alti, dove li, a differenza della terra, bastavano una tunica bianca con un bel paio di ali soffici e morbide per essere alla moda in qualsiasi contesto.

Probabilmente avremmo finito di pagare il nostro shopping il trentuno gennaio 2016, ma nessuna di noi aveva certi pensieri pessimisti e malauguranti in questa giornata.
Eravamo quasi arrivate alla nostra meta, già riuscivamo a scorgere le vetrine e l’immancabile rosso strepitoso che solo D&G poteva vantare, il rosso Ferrari in confronto pareva una fragola maturata sotto il diluvio universale, tanto per farci un’idea.
I nostri passi accelerano automaticamente, i nostri corpi sembravano avere un’autonomia tutta loro, le menti iniziarono a visualizzare solo abiti che non ci si toglierebbe più, nemmeno per andare a pulire la lettiera del gatto, il cuore batteva più rapido, i sorrisi stavano per farci somigliare a quattro gatte del Cheshire sbucate dal libro di Lewis Carroll ‘Alice in wonderland’, le ‘stregatte’, quando, all’improvviso tutto si bloccò, ci crollò in testa, e ci fece tornare con i piedi sull’asfalto come se ci fossimo lanciate senza paracadute.

dolce e gabbana

 

 

Nel portico che portava da Dolce&Gabbana si stava avvicinando una famiglia con tre bambini saltellanti e uno in passeggino.
Pamela e Stefano!

Erano due nostre vecchie conoscenze, non le vedevamo da parecchio tempo, forse molto più di quello che pensavamo vista la prole che si portavano dietro.
Eravamo rimaste al loro matrimonio e al primo figlio, o forse uno l’aveva già lui?
O l’aveva lei?
Vabbè non aveva importanza.
Fatto sta che ci incrociammo proprio davanti alla porta del nostro ‘tempio dei desideri’, prima che riuscissimo ad infilarci dentro.
Non è che non avessimo voglia di salutarli ma, in quel momento, tutto quello che volevamo era varcare quella maledetta soglia il prima possibile.

Facemmo buon viso a cattivo gioco pensando che, in fondo, si sarebbe trattato solo di due brevi saluti, quattro parole di numero e adios, ognuno per la propria strada per i prossimi dieci anni.

«Oh mioooooo Diooooooo! Ma guarda chi c’è!»
Pamela era parecchio cambiata, ma la sua inconfondibile voce stridula era, se possibile, anche peggiorata.
Baci, abbracci, saluti ai bambini e, il marito Stefano che era rimasto il solito ‘buzzurro’, bofonchiò una specie di saluto-grugnito.
Era carico di sacchi e borse, spingeva il passeggino e cercava di dimenarsi dall’attacco di uno dei figli.

Pamela ci chiese cosa facessimo di bello a Lugano, e quando le rispondemmo che eravamo in cerca di qualcosa per il veglione di capodanno, guardò prima noi, poi la porta di D&G, poi di nuovo noi, ma stavolta con un’aria mista tra il compatimento e lo sdegno, così come era piena di sdegno la frase che ci rivolse
«Beh, che dire? Ve la passate bene se potete permettervi di fare shopping in questo genere di posto.»
Genere di posto?
Oh Pam, mica è un bordello, è una boutique come tante!
Lei ci stava criticando molto poco velatamente per il nostro, non ancora iniziato, shopping da D&G quando i suoi sacchetti portavano tutti il logo Chicco, Original Marines, e via dicendo.
Sam glielo fece notare
«Insomma Pam, non è che tu sia andata alla Caritas per vestire i tuoi figli mi pare, o no?»
Pamela per tutta risposta diede inizio ad una manfrina sul fatto che loro facevano sacrifici tutto l’anno, si toglievano anche il pane dalla bocca per poter permettere ai loro figli di avere vestiti di marca.
Ma, badate bene, non era per la marca, nooooo, era per la qualità e la sicurezza che non contenessero coloranti chimici o agenti irritanti!

Ma vaff…

Ovviamente non poté fermarsi li, infatti proseguì con l’interrogatorio che si svolse con una raffica di domande tra cui
«Vi siete finalmente accasate ragazze?»
NO.
«E bimbi? Uhhhh spero che abbiate sperimentato anche voi la gioia della maternità!»
NO.
«Convivete allora?»
NO.
«Ma avrete almeno un uomo!?»
Ed ecco che tutta la vita di colpo girava attorno ad un uomo, se lo avevi eri una ‘sicuramente-molto presto-non ci speravamo più-futura moglie-e-sicuramente-molto presto-non ci speravamo più-futura mamma, se non lo avevi eri solo una zitella.
Sfigata?
Poverina?
Senza speranze?

Le risposi che avevo, da qualche mese, iniziato una relazione con un uomo con il quale stavo davvero molto bene ma che purtroppo, per il momento, faceva il pendolare tra Torino e Lugano, figli nemmeno a parlarne e stavamo benissimo così.
Pamela mi rivolse il classico sguardo che si fa quando si vede un cucciolo di cane infreddolito sotto la pioggia.
Wow!
Un punto per me.

Stella le disse che con Alessandro era finita, ora erano buoni amici e lei, nel frattempo, usciva e provava altri uomini in attesa che arrivasse quello buono.
«Ormai ho quasi esaurito gli uomini da scopare, quindi mi sa che o mi sposo o mi toccherà traferirmi!»
A lei toccò lo sguardo che si riserva ai clochard di Parigi sdraiati per terra nella metrò.
Due punti per Stella.

Cloé raccontò brevemente della fine della sua storia con Sid e della frequentazione con Romeo da buoni trombamici.
Per lo sguardo riservato a Cloé sinceramente temetti che a Pamela stesse venendo un ictus.
Tre punti per Cloé.

E venne il turno di Sam, mi aspettavo lo strike e non vedevo l’ora!
Come da mia previsione, le disse che si era scoperta lesbica da qualche mese, che aveva avuto una relazione molto appagante con una donna, soprattutto dal punto di vista sessuale, e che ora era un po’ un tira e molla tra di loro, a volte anch’esse trombamiche, a volte ci riprovavano e a volte si mandavano a quel paese.
A Pamela, posso giurare che si materializzarono sei mani, ognuna con lo scopo di chiudere un orecchio dei suoi figli, al piccolo invece ci pensò Stefano che lo fece direttamente con due dei vari sacchetti che trasportava.
Strike netto per Sam.

«Beh ragazze, sono ehm, si insomma, sono davvero felice per voi e spero che le cose magari con il nuovo anno si sistemino».
Che c’era mai da sistemare? Boh?
«Sapete, noi siamo così felici da quando abbiamo la nostra favolosa famiglia. E i bambini, non per vantarmi ovviamente, ma sono degli angeli, intelligenti, belli, educati, e insomma, abbiamo fatto un ottimo lavoro vero Ste?»
Mentre si voltava verso il marito vedemmo che uno dei suoi angeli si stava rotolando giù per le scale tra la gente, un altro correva come un cavallo da corsa strafatto di anfetamina e sferrò un calcio negli stinchi a Cloé che dovette invocare mentalmente tutti i santi del paradiso per non prenderlo e lanciarlo in mezzo al lago.
Il piccolo era sommerso di borse da shopping e strillava come un aquila, a sua discolpa possiamo dire che ci stavamo chiedendo tutte come riuscisse ancora a respirare tra tutti quei sacchetti, infatti non saprei dire se fosse maschio o femmina o addirittura se non ci fosse proprio un aquila sotto a tutte quelle borse.
L’ultimo cherubino stava invece usando il padre come parete da arrampicata, rischiando di lasciarlo praticamente in mutande.

Davanti a quella scena non potei non pensare che la povera strega della favola di Hansel e Gretel, in realtà era stata calunniata.
Si era costruita tutta da sola la casa dei suoi sogni, con grande fatica ed impegno, e poi, arrivano quei due mocciosi e iniziano a divorargliela!
Ovvio che le sono girate le palle a elica no?
A chi non sarebbero girate?

 

Comunque sembrava davvero che, oggi come oggi, noi povere single/conviventi/compagne fossimo relegate in un territorio ben definito e ben lontano da quello delle famigliole con prole.
Prendiamo ad esempio un uomo solo, o anche una donna, che va in un parco giochi all’aperto e si siede su di una panchina ad osservare queste dolci creature che giocano e si divertono spensierate.
Inizialmente nessuno, o quasi, farà caso a questo individuo, immaginando che naturalmente stia aspettando il resto della sua ‘mandria’.
Dopo una decina di minuti, inizierà a sentirsi qualche occhio puntato addosso.
Dopo venti minuti gli occhi saranno decuplicati.
Dopo mezz’ora si sarà già diramato l’allarme ‘maniaco al parco giochi’, mentre in realtà, il povero individuo, si stava solo godendo quello che magari a lui era stato negato per un triste gioco del destino.

laura parco giochi

A questo punto, credo che sarebbe stato meglio mettere dei divieti per i single, tipo quei cartelli con il cane dentro a un cerchio rosso e una bella barra nera sopra.
Divieto d’accesso a tutte quelle di noi che hanno ancora le ovaie vergini, o, a tutti quelli a cui gli spermatozoi son finiti solo dentro a fazzoletti e preservativi.

Salutammo finalmente Pamela e il suo trogloditico marito, non prima di aver fatto i salti mortali per svicolarci dai loro tentativi di affibbiarci appuntamenti al buio con i loro amici single.

Ed eccoci all’interno del nostro paradiso in terra, tra la prova di un abito e la sfilata con un tacco 12, riprendemmo a parlare di quello che era successo poco prima.
Cloé disse che secondo lei era tutta una questione di paura. Le single, in fondo, sono alla ricerca di un uomo e i loro mariti, fino a prova contraria rientravano in questa categoria.
«Ma allora vuoi dire che in realtà non ci odiano ma ci temono? Hanno paura che gli portiamo via il marito!?» chiesi.
«Beh, sicuramente quelle che non ci temono hanno pietà di noi, hai presente quello sguardo da ‘oh povera single’?»
Stella aggiunse una nuova componente al loro comportamento
«Gli sposati non odiano i single ragazze. Credo che in qualche modo vogliano solo inquadrarci a modo loro, capite?»
Sam ribatté con una delle grandi verità che però pochi ammettono
«Io non so se vogliono inquadrarci, odiarci, compatirci o che altro. So solo che la maggior parte delle donne sposate, alla fine, non vede l’ora di tornare ad essere single! Quindi mi sa che in fin dei conti si riduce tutto all’invidia».

Mah? Non sapevo che pensare.
Tutte queste motivazioni erano valide, forse dipendeva da caso a caso e da persona a persona, anche se a pensarci bene nella mia vita avevo conosciuto al massimo due coppie sposate che mi avevano trattata come una persona, un individuo, una donna e non come una single!
Possibile che in questa epoca siamo talmente abituati a catalogare tutto da non riuscire più a vedere le persone come persone e basta?
Sembrava quasi che avessimo stampato in fronte il formulario per la tassazione, con evidenziato in giallo fluorescente le parole ‘stato civile’!

Stella in quell’istante uscì dal camerino con indosso un abito che la faceva sembrare una Dea.
Nero, profonda scollatura sulla schiena e una parte di stoffa trasparente sopra il seno.
Stava d’incanto e persino la venditrice si fermò per farle i complimenti.
Ed una era fatta, io stavo ancora decidendo tra un abito senza spalline lungo fino al pavimento, nel tipico rosso Dolce&Gabbana, e uno meno appariscente ma che sembrava non piacere a nessuno, così optai per il meraviglioso rosso.
Cloé era in vena di rivoluzioni, e optò per un favoloso tailleur pantalone, grigio perla satinato, lasciandoci tutte a bocca spalancata, visto che Cloé credo andasse anche a sciare con la gonna!
Sam, come avevamo già previsto, non trovò nulla.
Aveva uno stile molto diverso dal nostro e sapevamo, che al contrario di Cloé, vederla con una gonna o qualcosa che scoprisse le gambe oltre il polpaccio e/o la parte superiore al di sotto della gola, sarebbe equivalso a vedere apparire la Madonna di Fatima con annessi pastorelli.

Pagammo i nostri conti auto-convincendoci che ci fosse uno zero in meno nel totale, e uscimmo allegre e appagate come delle bambine il giorno di Natale.

Le cose da fare erano ancora molte, mancava l’abito per Sam, tutti gli accessori, le pochette e infine (ma non per importanza), le scarpe per Stella e Cloé.
Prima di ripartire alla volta della Via Nassa ci sedemmo in un bar per un aperitivo spezza fame e, naturalmente, un’ottima bottiglia di prosecco.
Com’era bella la vita!

Ripartimmo belle cariche, e sicure che avremmo trovato tutto, con passo deciso affrontammo Via Nassa scrutando ogni vetrina al millimetro.
Quel giorno però nella Via c’era qualcosa di anomalo.
Normalmente percorrendo i portici, costellati da negozi di ogni sorta di Griffe e gioiellerie, ci si ritrovava immersi tra coppie raffinate, donne d’affari, prostitute di lusso pronte a spendere il loro stipendio (con grande gioia dei commercianti), turisti d’alto rango e uomini con stipendi mensili a quattro zeri.
Oggi, invece, forse per il Natale incombente, era come se l’Arca di Noè si fosse trasferita in tutta Lugano e dintorni, in qualsiasi posto dove ci fosse un negozio.
Coppie, coppie, coppie, e coppie.
Che trasportavano enormi peluches, biciclettine, case di Barbie, scatole di videogiochi all’ultimo grido, e qualsiasi altro oggetto destinato ad un pubblico di età non superiore ai quattordici anni.
Il mondo non era più lo stesso.

Quella sera, una volta rientrata a casa, e solo dopo aver amorevolmente riposto il mio bimbo (l’abito Dolce & Gabbana naturalmente, cosa pensavate?), le mie scarpe nuove e sfavillanti, la mia pochette deliziosa, le calze in pura seta, il completino intimo tutto pizzo e rosso fuoco, la collana di Pandora, altri piccoli acquisti e aver dato un bacio a Big (con le braccia piene di pacchi e sacchetti come avrei potuto farlo per prima cosa? Ci sono priorità obbligatorie nella vita!), ripensai a tutta la giornata.

Fondamentalmente le risposte erano già arrivate da sole, e tutto quello di cui avevo parlato con le ragazze aveva un fondo di verità, a volte sottile, a volte spesso come il fondo di una bottiglia di ‘Veuve Clicquot Ponsardin’.

Big, dopo essere stato pazientemente ad ascoltarmi, si dimostrò interessato all’argomento, e mi raccontò un paio di episodi che gli erano accaduti diversi anni fa.
«Un giorno ero in spiaggia, in Bretagna, con Cyril. All’improvviso vediamo una bimba che si guarda attorno sperduta, capiamo che si è persa e Cyril si dirige verso di lei per cercare di aiutarla a trovare i genitori, quando arriva la madre che lo assale come una iena riempiendolo di insulti, anche dopo che lui aveva cercato di spiegarle l’accaduto. Roba da matti ti giuro! Certe madri le manderei a calci nel sedere direttamente su Marte. Guardati tuo figlio invece di fare la pettegola e poi assalire un povero ragazzo che sta cercando di aiutare tua figlia! Che cavolo poteva benissimo annegare la povera bambina se non ci fossimo stati noi».
Era molto alterato mentre lo raccontava, non sopportava questa categoria di genitori che lasciano pascolare i figli senza sorvegliarli e poi quando si perdono, o si trovano in pericolo, e qualcuno cerca di aiutarli, inveiscono pure contro il soccorritore.
Beh, che dire?
Big aveva tutte le ragioni di questo mondo.
Mi disse che un episodio simile gli era successo anche con una sua ex, lei si era avvicinata ad una bambina palesemente smarrita che chiamava a gran voce la mamma senza avere risposta da diversi minuti.
La bambina vedendola arrivare istintivamente aveva allungato la mano verso di lei, e lei, come avremmo fatto tutti, l’aveva presa per portarla dai bagnini e ritrovare i genitori.
Purtroppo, anche questa volta, i genitori la riempirono di insulti e arrivarono addirittura a voler far intervenire la polizia, credendo che l’ex di Big volesse rubare la loro figlioletta.
«Sai che ti dico? Io da quel giorno in poi, se c’é un bambino che ha bisogno di aiuto chiamo la polizia, e poi che se la grattino i genitori! Non è egoismo, ma se devo passare per maniaco/pedofilo solo per l’ignoranza di certa gente preferisco tirarmi fuori dai giochi. Il problema esiste certo, ma con un po’ di sale in zucca e buonsenso si possono benissimo proteggere i propri figli senza che a farne le spese siano persone per bene».

In conclusione, entrambi, arrivammo a dirci che certe persone davvero non erano fatte per essere genitori, così come certe altre non erano fatte per avere figli.
Come disse il grande Totò, il mondo è bello perché è ‘a-variato’!

Condividi

Lascia un commento

error: Content is protected !!